Il misterioso incidente di Passo Dyatlov

Mappa topografica con in evidenza il Passo e il monte Cholat Sjachl
Mappa topografica con in evidenza il Passo e il monte Cholat Sjachl

Se oggi utilizzando Google Earth si andasse a vedere cosa c'è in questo punto:

61°45′17″N 59°27′46″E si troverebbe il toponimo "Passo Dyatlov". Prima del febbraio 1959 però, questo nome non esisteva e il punto non era neppure segnato sulle mappe, il nome deriva infatti dal capo di una spedizione che in quel punto sparì misteriosamente durante la notte tra l'1 e il 2 febbraio del 1959.

10 ragazzi di circa 25 anni con già alle spalle una buona esperienza di montagna avevano deciso di intraprendere un lungo itinerario di sci di fondo attraverso una zona dei monti Urali nella regione di Sverdlovsk. Il loro obbiettivo era quello di raggiungere un monte chiamato Ortoten.

il 25 gennaio raggiunsero in treno la cittadina di Idvel, ultimo vero e proprio centro semi urbanizzato della zona, successivamente si mossero verso Vizaj da dove iniziò la spedizione vera e propria, il 27 gennaio.

il giorno successivo, uno dei membri, Jurij Judin, accusò dei lievi problemi di salute e decise di tornare indietro, questo malore gli salvò la vita.

Dopo 5 giorni di marcia, il gruppo ormai composto da 9 persone, arrivò in prossimità di un altopiano che iniziarono a risalire per giungere al passo; dai diari ritrovati risulta che le pessime condizioni meteo li fecero procedere troppo a ovest rispetto al passo, verso una cima chiamata Cholat Sjachl. Montarono la tenda tra il passo e primi pendii della cima.

il capo della spedizione Igor Djatlov aveva preso accordi con l'associazione sportiva a cui appartenevano i membri che, una volta rietrati a Vizaj, avrebbero segnalato via telegrafo il loro successo, questo però non sarebbe accaduto, secondo le stime degli sciatori prima del 12 febbraio.

Nessuno a Vizaj diede molto peso al fatto che, anche qualche giorno dopo il 12, la spedizione non fosse ancora tornata, imprese come quelle potevano facilmente accumulare qualche giorno di ritardo.

Furono i genitori a chiedere all'istituto universitario degli Urali, cui appartenevano gli studenti scomparsi, di organizzare delle ricerche. Il 20 febbraio un gruppo volontario di studenti e insegnanti iniziò le ricerche, e poco dopo, polizia ed esercito si unirono a loro.

il 26 febbraio venne ritrovata la tenda.

La tenda era molto danneggiata e da questa si poteva seguire una serie di impronte che si dirigevano verso i boschi vicini (sul lato opposto del passo, circa 1,5 km a nord-est) ma dopo 500 metri scomparivano nella neve. Sul limitare della foresta, sotto un grande cedro, la squadra di ricerca trovò i resti di un fuoco, insieme ai primi due corpi, quelli di Jurii Krivoniščenko e Jurij Dorošenko, entrambi scalzi e vestiti solo della biancheria intima. Tra il cedro e il campo furono ritrovati altri tre corpi — Djatlov, Zina Kolmogorova e Rustem Slobodin — morti in una posizione che sembrava suggerire che stessero tentando di ritornare alla tenda. I corpi erano lontani l'uno dall'altro, rispettivamente alla distanza di 300, 480 e 630 metri dall'albero di cedro.

I quattro escursionisti rimasti furono cercati per più di due mesi. Vennero infine ritrovati il 4 maggio, sepolti sotto quattro metri di neve in una gola scavata da un torrente all'interno del bosco sul cui limitare sorgeva il cedro.


Indagini, polemiche e insabbiamenti

Dopo il ritrovamento dei primi cinque corpi partì immediatamente un'inchiesta legale. Un primo esame medico non trovò lesioni che avrebbero potuto condurre i cinque alla morte e si concluse così che fossero deceduti per ipotermia. Il corpo di Slobodin aveva una piccola frattura cranica, giudicata però non così grave da poter essere letale.

 

L'autopsia dei quattro corpi trovati in maggio complicò il quadro della situazione: il corpo di Thibeaux-Brignolle aveva una grave frattura cranica e sia la Dubinina che Zolotarev avevano la cassa toracica gravemente fratturata. Secondo il dottor Boris Vozrozhdenny la forza richiesta per provocare fratture simili era estremamente elevata, la paragonò alla forza sviluppata da un incidente stradale. Da notare che i corpi non mostravano ferite esterne, come se fossero stati schiacciati da una elevatissima pressione e la donna era inoltre priva della lingua. In realtà sia i traumi che la "sparizione" della lingua possono essere facilmente spiegati: la gola dove vennero trovati era sufficientemente profonda per provocare danni di quell'entità in caso di caduta e l'intervallo di tempo trascorso tra la morte ed il ritrovamento dei corpi favorì la decomposizione di questi ultimi come ben visibile dalle foto scattate dai soccorritori.

 

Inizialmente si suppose che gli indigeni Mansi potevano aver attaccato e ucciso gli escursionisti per aver invaso il loro territorio, ma le indagini mostravano che la natura delle morti e la scena ritrovata non supportavano tale tesi; le impronte degli escursionisti, soli, erano ben visibili e i corpi non mostravano alcun segno di colluttazione corpo a corpo.

 

Anche se la temperatura era molto rigida (tra i -25° e i -30°) con una tempesta di neve che infuriava, i corpi erano solo parzialmente vestiti. Alcuni avevano solo una scarpa, altri non le avevano affatto o indossavano solo i calzini. Una spiegazione a questo potrebbe essere data da un comportamento chiamato undressing paradossale che si manifesta nel 25% dei morti per ipotermia. In tale fase, che tipicamente si verifica nel passaggio tra uno stato di ipotermia moderato a uno grave mentre il soggetto diventa disorientato confuso e aggressivo, si tende a strapparsi i vestiti di dosso avvertendo una falsa sensazione di calore superficiale e finendo così per accelerare la perdita di calore corporeo. Dal momento che alcuni corpi vennero ritrovati avvolti in pezzi di vestiti stracciati non appartenenti a loro, si ipotizza che essi vennero tolti ai rispettivi appartenenti dopo la morte, in maniera tale da permettere ai sopravvissuti di coprirsi meglio.

Dei giornalisti riportarono le parti accessibili del fascicolo dell'inchiesta che dicevano che:

 

  • Sei membri del gruppo erano morti per ipotermia, mentre gli altri tre per una combinazione di ipotermia e traumi fatali.
  • Non esistevano tracce della presenza di altre persone nella zona né nelle areee circostanti.
  • La tenda era stata lacerata dall'interno.
  • Le tracce che partivano dal campo suggerivano che tutti i membri lo avessero lasciato di comune accordo, a piedi.
  • Le vittime erano morte tra le sei e le otto ore dopo aver consumato l'ultimo pasto.
  • A confutazione della teoria di un attacco da parte dei Mansi, il Dottor Boris Vozrozhdenny affermò che i traumi fatali dei tre corpi non potevano essere stati provocati da un altro essere umano, "perché la potenza dei colpi era stata troppo forte e al contempo non aveva danneggiato alcun tessuto molle".
  • Analisi forensi avevano mostrato che i vestiti di alcune delle vittime presentavano alti livelli di contaminazione radioattiva.

 

Il verdetto finale fu che i membri del gruppo erano tutti morti a causa di una irresistibile forza sconosciuta. L'inchiesta fu ufficialmente chiusa nel maggio 1959 per assenza di colpevoli. Secondo alcune fonti i fascicoli furono mandati in un archivio segreto e le fotocopie del caso, con alcune parti comunque mancanti, furono rese disponibili solo negli anni novanta, ma altre smentiscono totalmente questi fatti, affermando che il caso non venne mai classificato e che le parti mancanti consistevano in una busta all'interno della quale c'era solo della comune corrispondenza.

Alcuni ricercatori sostengono che alcuni fatti furono trascurati, forse volutamente ignorati, dalle autorità:

 

  • Il dodicenne Yury Kuntsevich, che in seguito diventò il capo della Fondazione Djatlov di Ekaterinburg, partecipò al funerale di cinque degli escursionisti e ricordò che la loro pelle aveva "un'abbronzatura color bruno intenso".
  • I vestiti degli escursionisti avevano un alto livello di radioattività; tuttavia la fonte della contaminazione non fu trovata.
  • Un altro gruppo di escursionisti, che si trovava circa 50 km a sud del luogo dell'incidente, riferì che quella notte avevano visto delle strane sfere arancioni verso nord (cioè in direzione del Cholat Sjachl) nel cielo notturno. "Sfere" simili furono osservate con continuità anche a Ivdel' e nelle zone adiacenti nel periodo tra febbraio e marzo 1959 da vari testimoni indipendenti (tra cui il servizio meteorologico e membri dell'esercito).Venne poi appurato il fatto che le "sfere" fossero lanci di missili balistici R-7.
  • Alcuni resoconti suggeriscono che nella zona si trovavano molti rottami di metallo, il che porta a sospettare che l'esercito avesse utilizzato l'area per manovre segrete e potesse essere stato interessato a un insabbiamento della questione.

Nel 1967, lo scrittore e giornalista di Sverdlovsk Yuri Yarovoi pubblicò il romanzo "Al più alto livello di complessità" ispirato all'incidente. Yarovoi aveva partecipato sia alle ricerche del gruppo guidato da Djatlov che all'inchiesta, con il ruolo di fotografo ufficiale della campagna di ricerca e della fase iniziale delle investigazioni accumulando così una conoscenza profonda degli eventi. Il libro fu scritto in epoca sovietica, durante la quale i dettagli dell'incidente erano mantenuti segreti, e Yarovoi evitò quindi di di aggiungere dettagli che andassero oltre le versioni ufficiali e i fatti notori. Nel libro l'incidente veniva romanzato e c'era un finale molto più addolcito rispetto ai fatti reali, in quanto solo il leader del gruppo veniva trovato morto. Alla morte di Yarovoi, avvenuta nel 1980, tutto il suo archivio, contenente foto, diari e manoscritti, è andato perduto.

 

Alcuni dettagli della tragedia sono stati resi pubblici nel 1990 in alcuni articoli e discussioni apparsi sulla stampa locale di Sverdlosk. Uno degli autori fu il giornalista Anatoly Guschin. Gushin scrisse che ufficiali di polizia gli avevano accordato permessi speciali per studiare il fascicolo originale dell'inchiesta e usare tale materiale nelle sue pubblicazioni. Riassunse i suoi studi nel libro "Il prezzo dei segreti di stato è di nove vite". Altri ricercatori criticarono il testo per il fatto che si concentrava sulla rischiosa teoria della "sperimentazione di arma segreta sovietica".

 

Nel 2000 una rete televisiva regionale girò il documentario "Il mistero del passo Djatlov". Con l'aiuto della troupe del documentario, una scrittrice di Ekaterinburg Anna Matveyeva, pubblicò un romanzo/saggio con lo stesso titolo. Nonostante il suo carattere di testo di narrativa, il libro della Matveyeva resta la maggior fonte di materiale documentale disponibile al pubblico riguardo all'incidente.

 

A Ekaterinburg è stata creata la Fondazione Djatlov, con l'aiuto dell'Università tecnica statale degli Urali guidata da Yuri Kuntsevitch. Lo scopo della fondazione è convincere le autorità russe a riaprire il caso e di sostenere il Museo Djatlov per perpetuare il ricordo degli escursionisti scomparsi.