News dalle montagne


Addio Melloblocco

L’agonia iniziata nel 2017 è finita e il Melloblocco ha chiuso i battenti.

L’edizione dell’anno scorso pur tra mille difficoltà era stata messa in piedi ed aveva avuto anche un buon successo, ma i malumori già regnavano sovrani e la spaccatura tra chi era Pro e chi Contro pareva già insanabile.

La fine della più importante manifestazione di bouldering italiana ed una delle più apprezzate a livello internazionale è stata decretata dalla volontà di alcune amministrazioni di non supportare più l’evento. Il motivo di questa scelta è da ricercare nei numeri.

Al massimo del suo splendore si è arrivati a contare 2700 iscritti e circa 8000 presenze tra, tifosi, curiosi e appassionati, troppi per la valle, questo almeno secondo alcuni, che hanno invocato la non più sostenibilità di un evento simile in una valle molto piccola.

Non nego che il Melloblocco sia stato spesso una bolgia, anche perché il tutto si svolgeva nell’arco di un weekend, quindi la concentrazione di persone si faceva sentire, però è curioso notare come gli stessi problemi di sovraffollamento delle valli non vengano neppure presi in considerazione quando si parla di sci.

Canazei a dicembre non è certo mento intasata della val di Mello, ma nessuno ha mai sollevato il problema.

Resta quindi una grande occasione perduta, un’eccellenza italiana cresciuta negli anni, ormai ampiamente affermata e riconosciuta nel mondo e gettata al vento per piccole beghe di paese, probabilmente sarebbe bastata una bella dose di buona volontà, sedersi tutti ad un tavolo, far girare il cervello e trovare soluzioni a lungo termine per affrontare i problemi.

Distribuire l’evento in weekend differenti, allestire una zona campeggio ben attrezzata, regolare il traffico, stringere accordi con i trasporti pubblici e magari creare un indotto sostenibile e funzionante tutto l’anno che avrebbe portato in valle un flusso continuo di turismo e denaro, non dico che sia facile, ma la sensazione è che non si sia neppure voluto provare.

Molti dicono che l’edizione 2019 ci sarà, staremo a vedere


Ciao tomek, gatto arruffato delle nevi

Se già è difficile parlare di Tomek Mackiewicz, figuriamoci quanto può essere complicato salutarlo, dicendogli addio.

Perché dopo 4 giorni bloccato a 7200 mslm sul Nanga Parabat, con seri problemi di vista e di congelamento degli arti,le probabilità di salvarlo in qualche modo sono tristemente nulle.

Conoscevo Tomek, in modo solo virtuale, ci siamo scambiati qualche messaggio, qualche racconto di montagna, parlava poco di lui, parlava solo delle montagne.

Tomek è uno di quei personaggi che vivono di una spinta emotiva tutta loro, da giovane ha avuto problemi con l’eroina, che ha risolto ripulendosi, poi è approdato in India dove si è dedicato ad aiutare i lebbrosi, e dove ha anche iniziato ad arrampicare, tornato in Polonia si messo nel settore delle energie pulite, mentre le sue energie lo portavano sempre sul Nanga Parabat, la montagna della sua vità.

Tomek lo potevi incontrare in giro per i campi base a chiedere se qualcuno avesse una corda, o una piccozza da prestargli, spesso ricorreva alle raccolte fondi sul web per finanziare le sue spedizioni, ma lui era fatto così, sornione come un gatto, con qui capelli arruffati e quel sorriso ampio, generoso, che subito ti coinvolge e ti contagia.

Quanto è facile ora perdersi nei pensieri chiedendosi se si può essere felici morendo sulla montagna che si è amata per tutta una vita, forse è un modo come un altro per provare a dare una risposta, per cercare una ragione, un motivo per cui qualcuno semplicemente non torna più tra di noi.

Ciao Tomek, gattone pazzo delle montagne, ci sono stati tanti alpinisti, ma nessuno con il tuo sorriso.

Che la terra ti sia lieve.


La pagliuzza negli occhi altrui....

Settimana scorsa andava in onda su rai uno la puntata delle meraviglie d’Italia tutelate dall’Unesco condotta da Alberto Angela in cui si Parlava delle Dolomiti.

Già dal giorno successivo si potevano leggere su quasi tutti i giornali le reazioni piccate di chi sosteneva che il conduttore avesse commesso un gravissimo errore dimenticando di elencare il Veneto come una delle regioni che ospitano le Dolomiti, qualcuno si è spinto anche oltre, contestando affermazioni di natura squisitamente tecnico-geologica riguardo la vera profondità dei mari che circondavano le dolomiti nel triassico e la loro reale posizione geografica prima che le spinta della placca africana le facesse arrivare dove sono oggi.

Mi sono documentato e in effetti è tutto vero, delle mancanze ci sono state, inoltre mi permetto di sollevare qualche mia critica personale, come personaggio storico avrei scelto Emilio Comici e non l’imperatrice Sissi per raccontare lo dolomiti, inoltre mentre guardavo il servizio ho avuto una sensazione di superficialità nel modo in cui veniva trattato l’argomento.

Ma c’è qualcosa di cui nessuno parla, e di sicuro non lo faranno gli uffici turistici delle dolomiti o chi si occupa di mantenere i rapporti con l’Unesco, come Bruno Zannantonio.

Ovvero che le Dolomiti ogni anno rischiano di essere espulse dal divino elenco Unesco, il motivo? La cronica assenza di un modello ambientale strutturato e sostenibile.

Il traffico automobilistico sui passi dolomitici nei mesi di Luglio e Agosto è ormai insostenibile, tanto è vero che l’anno scorso si è tentata una debolissima sperimentazione di regolazione oraria che ha fatto registrare la levata degli scudi di albergatori e commercianti, la continua e dissennata costruzione di impianti di risalita ad ogni quota che consumano paesaggio e territorio, l’ultimo in ordine di tempo è il progetto di passo Montecroce, a cui segue inevitabile la costruzione di nuove strutture alberghiere e turistiche. Le Dolomiti sono più che meravigliose, ma sono anche incredibilmente sotto assedio.

Credo che criticare Alberto Angela per i suoi errori sia corretto, per dovere di cronaca, ma forse chi lo critica dovrebbe più che altro ringraziarlo per non aver toccato un tasto molto dolente riguardo il futuro delle Dolomiti. 


Orione, il gatto che ha conquistato il Pizzo Stella

Dal Pizzo Stella, Sondrio, arriva una nuova storia che riguarda un gatto che agli stivali ha preferito gli scarponcini da trekking. “Orione (il gatto adottato dal Rifugio Chiavenna) ieri mattina si è svegliato con le idee un po’ confuse: probabilmente credendo di essere un cane, ha deciso di seguirci fino alla cima del Pizzo Stella”, così Davide Mezzera, uno dei ragazzi protagonisti, ha raccontato l’avventura vissuta.

Orione è un gatto che quando aveva appena quattro mesi è arrivato al Rifugio Chiavenna seguendo un gruppo di escursionisti provenienti dalla Svizzera e poi non se n’è più voluto andare. Da lì è nata la sua passione per la montagna, che lo ha portato sui pascoli e nei sentieri della Valle Spluga e qualche giorno fa a 3163 metri in vetta al Pizzo Stella.

Raggiunta la cima, è tornato indietro sempre con la comitiva della salita, chiedendo solo un breve passaggio rigenerante nello zaino di qualche minuto, per poi continuare a scendere sulle proprie zampe.


Monte Rosa, dopo 18 giorni a 2500 metri viene ritrovata cagnolina smarrita

Ha trascorso diciotto giorni a 2500 metri con una zampa incastrata in una petraia ai piedi del Monte Rosa. La malcapitata una chihuahua di tre anni, Melania, smarrita dalla sua famiglia il 17 agosto nella zona del Lago Blu, in val d’Ayas.

Ieri un gruppo di escursionisti l’ha vista sulla petraia e, dopo aver avvolto Melania in un maglione per tenerla al caldo, l’ha presa con sé per portarla a valle. Durante il sentiero di discesa, l’inquilino di una baita della zona, Guido Forin, li ha visti passare e ricordando di averli visti salire con solo due cani e non tre ed avendo letto dello smarrimento, l’uomo li ha subito fermati, avvertendo anche la veterinaria a Saint Jacques. La cagnolina è stremata, ma complessivamente in buone condizioni.

Ora Melania, dopo l’incredibile avventura, è tornata con la sua famiglia, che su Facebook ha commentato: “Diciotto giorni di digiuno a quasi tremila metri di quota. Ora Melania ha una fame pazzesca, mangia poco e spesso. Assieme al nostro veterinario decideremo se fare delle flebo per aiutarla. Angeli, così vogliamo chiamare questi splendidi ragazzi: sono riusciti a vederla e a portarla in salvo.”


Disperso in montagna, salvato da un gatto!

Era rimasto bloccato nelle montagne circostanti a Gimmelwald, un piccolo villaggio in Svizzera, a causa della chiusura degli impianti e di alcuni sentieri.

Così, l’utente di Reddit che ha postato la storia ha deciso, dopo aver girato per un po’ ed aver tentato di seguire gli impianti di risalita, di procedere lungo i binari del treno, senza però alcun risultato. Finché, mentre stava controllando la mappa, è comparso lui: un bel gatto bianco e nero.

Il felino si è avvicinato ed appena l’uomo si è alzato ha iniziato a guidarlo lungo alcuni sentieri camminando davanti a lui, controllando ogni tanto che lo stesse seguendo, finché non lo ha portato dritto al percorso giusto per scendere a valle e tornare all’ostello.

Dopo aver condiviso la sua storia su Reddit, diverse persone hanno riconosciuto il gatto ed hanno lasciato altre testimonianze di avventure trascorse con il felino: “lo stesso gatto ha fatto trekking con me e il mio amico 3 mesi fa!”.


25 anni dopo la strage del Brentei, il mio ricordo

Il punto in cui è avvenuta la sciagura fotografato prima della tragedia. E’ visibile la traccia scavata per il passaggio degli escursionisti, poi sommersa dalla valanga.
Il punto in cui è avvenuta la sciagura fotografato prima della tragedia. E’ visibile la traccia scavata per il passaggio degli escursionisti, poi sommersa dalla valanga.

Sono passati 25 anni dal luglio del 1991, avevo 17 anni e in quei giorni ero in Val Bedretto, nel canton Ticino, ero con un amico di famiglia, un prete italiano che aveva la parrocchia in Svizzera a Lugano e cercava un po’ di aiuto per portare i ragazzini dell’oratorio in montagna, dove la chiesa aveva una vecchia casa divenuta poi colonia.

Ho dei ricordi meravigliosi di quegli anni e di quei luoghi, ogni estate vi passavo almeno 2 settimane circondato da cime stupende e amici indimenticabili.

Quell’anno, quando tornai a casa, venni a sapere di un episodio terribile, accaduto sul gruppo del Brenta, un gruppo di ragazzi di una parrocchia, accompagnati da un prete e da alcuni ragazzi più grandi erano stati sorpresi da un brutto temporale e 7 di loro erano stati travolti da una valanga e uccisi.

Ero giovane, ma sapevo già che la montagna poteva essere mortalmente pericolosa, quell’episodio però mi colpì molto, in quelle comitiva di ragazzi che andava per sentieri ridendo, cantando e lamentandosi della salita avevo visto me e i miei amici che negli stessi giorni solo in luoghi diversi facevamo le stesse cose.

Lessi tutto quanto mi fu possibile trovare su quella storia e mi resi conto che il temporale che si era scatenato  era un inferno di vento, acqua e grandine che aveva messo paura a persone del calibro di Ermanno Salvaterra e Bruno Detassis, nei cui scritti riguardanti quei fatti appare evidente come la natura per circa due ore scatenò la sua rabbia più primitiva e feroce.

Ovviamente non mancarono le critiche, le polemiche e le speculazioni: dovevano tornare al rifugio Brentei, non dovevano partire, non dovevano ripararsi vicino al colatoio di neve. Tutto vero in teoria, ma la realtà fa spesso i conti senza badare alle nostre scelte.

Morirono sette ragazzi, il soccorso alpino e i volontari affrontarono quell’apocalisse per salvare tutti gli altri, il prete che fu rimandato a giudizio fu assolto, Ermanno Salvaterra, allora gestore del Brentei, arrampicando in Patagonia aprì una nuova via chiamandola “lo spigolo dei bambini” in loro memoria.

Io ero solo un ragazzo, probabilmente fu allora, leggendo la storia della tragedia del Brentei che decisi di unirmi come volontario al soccorso alpino, il mio modo per ricordare:

 

Carla Acerbi,

Cinzia Ballestri,

Francesco Boselli,

Matteo Ferdenzi,

Michele Ferrari,

Nuccio Sebastiano Malaponti,

Andrea Rubbino.