Ninì pietrasanta, la regina del monte bianco

Ninì in arrampicata
Ninì in arrampicata

Che cosa fa di un alpinista un grande alpinista? A mio modo di vedere la tecnica da sola non basta, o quanto meno relega le capacità di un alpinista all’interno di una gerarchia di gradi e numeri che rispecchiano solo una parte dello slancio emozionale tipico di questa disciplina.

Un grande alpinista, a mio parere, è colui che fa fiorire dentro e attorno a se uno spirito positivo nei confronti della montagna e che porta la sua sfida oltre il sesto, il settimo o l’ottavo grado, ma lascia un’eredità tangibile a chi verrà dopo. Penso che la cosa più bella che si possa dire un alpinista è “mi ha insegnato ad amare la montagna”.

Ninì Pietrasanta ha fatto proprio questo, ha creato un terreno fertile, dentro e fuori se stessa, un terreno di incontro tra alpinisti e appassionati, inoltre come forse si è intuito, Ninì era una donna alpinista, e lo fu negli anni 30, già questo ci fa capire di che pasta potesse essere fatta.

Ninì è l’abbreviazione di Ortensia Ambrogina Adelaide Carlotta Aideé, e nasce vicino a Parigi nel 1909 da padre Milanese e madre francese, a causa della morte della madre, Ninì torna a vivere a Milano con il padre in tenera età.

Alpinisti fotografati da Nini in fila sul monte Bianco
Alpinisti fotografati da Nini in fila sul monte Bianco

L’appartenenza a una tipica famiglia dell’alta borghesia milanese le garantisce la possibilità di studiare musica, pittura e appassionarsi anche di fotografia, di crescere in un ambiente intellettualmente molto attivo e aperto. In questo scenario un ruolo importantissimo è rivestito dal padre di Ninì, che negli anni della sua adolescenza si rende determinante per la sua formazione umana e alpinistica, ammesso che le due cosa possano essere disgiunte.

Riccardo Pietrasanta era professore di ragioneria all’università bocconi di Milano, uomo di assoluta fede liberale, spinge la figlia a coltivare ogni sua passione senza dare minimamente peso a quanto potesse essere “poco femminile” e dare ancor meno importanza a chi e diceva che lei, in quanto donna, non poteva svolgere una qualsiasi particolare attività.

L’amore per la montagna, Ninì lo aveva già scoperto negli anni dell’adolescenza durante le vacanze, dove affronta le prime salite sul monte Bianco e nel gruppo dell’Ortles, ad accompagnarla e a farle da maestri ci sono nomi di prim’ordine della scena alpinistica degli anni 20, tra cui Tita Piaz, il leggendario diavolo delle dolomiti, che si rendono subito conto delle capacità tecniche di Ninì

Ninì impegnata in una salita in Grigna
Ninì impegnata in una salita in Grigna

Nel 1929 affronta l’impegnativa Punta Thurwieser attraverso la cresta sud e nello stesso anno è la prima donna a salire la parete nord del Lyskamm orientale, seguono a raffica la nord-ovest della Zumstein e il versante nord del Corno Bianco.

In meno di un anno Ninì diventa una star, la rivista ufficiale del CAI ne parla così: “Una gentile fanciulla che difende la propria passione nei confronti di un'opposta tendenza che vorrebbe vedere la donna vera solo sotto l'aspetto di un fiorellino ovattato, privo di energie e di colore, e senza un carattere e una propria personalità".

A questa fama si deve ad esempio, un'altra impresa importante che Ninì realizza nel 1932. Il conte Aldo Bonacossa, prima membro e poi presidente del Club Alpino Accademico Italiano la invita in Abruzzo dove si reca nel mese di marzo ed effettua alcune scialpinistiche di ampio respiro, come l'intera traversata del gruppo del Gran Sasso e la prima salita con gli sci della vetta orientale del Corno Grande.

Il resoconto di quei giorni lo scrive direttamente Ninì in un lungo articolo pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI nel quale, accanto a una minuziosa descrizione degli aspetti tecnici della traversata, trovano spazio commenti personali e quasi poetici che restituiscono al lettore una descrizione della montagna molto diversa da quella veicolata dal Fascismo in quegli anni.

Ninì e Gabriele
Ninì e Gabriele

Nell’estate del 1932 Ninì è a Chamonix, ed incontra un giovane alpinista, Gabriele Boccalatte, che insieme a Giusto Gervasutti si trova li per effettuare alcune salite sul massiccio del Monte Bianco.

L’incontro tra Ninì e Gabriele sembra uscito da un romanzo, lui viene ferito alla testa mentre tenta una scalata, ridiscende a valle fino a Montenvers dove incontra Ninì, che reduce da un corso per infermiera gli presta le prime cure.

A proposito di quell’incontro Ninì scrive: “Dopo le cure, Boccalatte voleva tornare al Leschaux. Mio padre disse che era meglio accompagnarlo, e così feci. Ricordo che ci siamo fermati sotto un gran masso, e lui mi parlava del suo piano (era infatti un valente pianista), io di casa mia. Poi abbiamo proseguito verso il rifugio, sempre raccontandocela". Fu, questa, la prima di una lunga serie di arrampicate che Ninì Pietrasanta e Gabriele Boccalatte fecero insieme.

La coppia Ninì-Gabriele è, alpinisticamente parlando fortissima, e umanamente parlando innamoratissima. Ben presto intorno a loro prende forma una cerchia di alpinisti del calibro di Giusto Gervasutti, Renato Chabod, Leopoldo Gasparotto, Piero Zanetti, e Vitale Bramani.

Si frequentano a Milano e trascorrono le ferie insieme con le relative famiglie, in quegli anni salgono un numero incredibile di cime nel gruppo del Bianco.

Ninì è l’anima fondante del gruppo, sempre presente, fotografa e riprende con la sua cinepresa tutti i momenti sia durante le scalate sia i momenti spensierati nei rifugi, annota, scrive diari, resoconti dettagliati delle vie di salita. Diventa già memoria storica di una stagione indimenticabile e irripetibile dell’alpinismo.

Il 28 ottobre 1936 Ninì e Gabriele si sposano, al matrimonio partecipano tutti i più grandi nomi dell’alpinismo italiano dell’epoca e l’anno successivo dalla loro unione nasce Lorenzo.

il diario di Nini, del1'estate 1929 con annotate le salite nella zona dell'Ortles
il diario di Nini, del1'estate 1929 con annotate le salite nella zona dell'Ortles

La montagna che ha Ninì cosi tanto aveva dato stava però, come spesso accade, per toglierle tutto, il 24 agosto 1938 Gabriele viene colpito e ucciso da una scarica di sassi mentre tentava una via sull’inviolata parete sud della Aiguille de Triolet. Oggi il rifugio sulla via normale alle Grand Jorasse, porta il suo nome.

Ninì ha 29 anni e decide di abbandonare l’alpinismo estremo, ma non la montagna.

Collaborò per molti anni con le riviste del Club Alpino, pubblicando scritti e fotografie, ma il suo testamento più importante è il suo libro, “Pellegrina delle Alpi”.

In quelle pagine Ninì traccia il suo pensiero che si snoda tra tecnicismi, relazioni di salite e passione, unificando tutto in unico argomento che ci restituisce la sua dimensione e la sua visione dell’alpinismo come di un mondo che unifica, tecnica e passione, amicizia e sacrificio, amore e rispetto. Non mancano le sue riflessioni sul ruolo delle donne in montagna e dell’ostracismo di un ambiente chiuso e maschilista, specialmente negli anni 20 e 30.

Chiunque si ritenga appassionato di montagna, deve, obbligatoriamente leggere il suo libro!

Purtroppo il maschilismo che lei seppe polverizzare, lasciandosi alle spalle schiere di “alpinisti” che, ancora oggi, le sue salite se le possono giusto guardare in fotografia, le è sopravvissuto.

A parte un tardivo e irrisorio riconoscimento del CAI che nel 1998 la nominò ad Honorem socio del Club Alpino Accademico Italiano, di Ninì si sono perse le tracce, se non fosse per una cima nel gruppo del Monte Bianco che i suoi amici di cordata maschi le dedicarono chiamandola Pointe Ninì, oggi non ci sono rifugi, scuole di alpinismo, piazze o vie che la ricordano.

Ninì e morta nel 2000 nella sua casa di Arese, ma il destino aveva ancora in serbo qualcosa, nel 2006 il figlio trova un baule abbandonato in soffitta, al suo intorno si trova tutto l’archivio cine fotografico di Ninì, circa 2500 fotografie tutte rigorosamente catalogate che vanno dal 1932 al 1936. Oltre alle foto ci sono i filmati, perché Ninì fu la prima persona al mondo a portare una cinepresa in parete per filmare le scalate.

Questo archivio, ad oggi assolutamente ineguagliato per vastità, completezza, e dettaglio, rappresenta una finestra sul mondo dell’alpinismo degli anni 20 e 30 che ha permesso a storici, alpinisti e appassionati di ricostruire oltre alle tecniche di salita di quegli anni, anche centinaia di vie di salita sconosciute e spesso scoprire che alcune cime ritenute scalate per la prima volta negli anni 50 o 60 erano già state conquistate 30 anni prima da una giovane e ardimentosa ragazza di Milano che per un periodo troppo breve annullò ogni differenza tra donne e uomini e fu la regina indiscussa dell’alpinismo italiano.